Coazze

A Coazze si respira aria di storia nel sentiero delle Macine. Una storia che risale al 1300

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Se vi siete chiesti perché in piazza della Vittoria, all’ingresso di Coazze, vi siano delle macine, la risposta è: per la promozione del sentiero dedicato. Lo abbiamo percorso oggi insieme al gruppo Estate Ragazzi di Valgioie con le guide del Cai e dell’Aib di Coazze. Spiega Ornella Guglielmino, l’anima di questo percorso: “Quattro anni fa passai di qui con un gruppo del Cai Coazze e notammo alcune macine vicino a una borgata e altre due abbozzate. Con Guidino (Guido Lussiana, appassionato storico locale) iniziammo ad informarci e in effetti scoprimmo che in una mappa del 1272 questo sito era indicato come moleria. In un’altra escursione con Elio Ruffino scoprimmo il “termu”, cioè la pietra di confine, che indica il punto in cui si incrociano i territori di Coazze, Giaveno e Valgioie”. Ornella, volontaria Aib, non può fermare la sua curiosità e da abitanti del posto, Ercole e Maggiorino, si fa raccontare altri particolari.

La squadra antincendi inizia a pulire le zone in cui le macine sono evidenti e raggiungibili con facilità, trovandone al momento 27, mentre prima quelle note erano soltanto quattro. “In pratica queste rimaste sono macine “sbagliate”; se sono rimaste qui è perché erano fallate. Magari si erano rotte durante il lavoro dello scalpellino, o per un punto di frattura nello gneiss già preesistente. Oppure gli operai non sono più riusciti a portarle a valle, a Giaveno vi era un punto di raccolta”. Questa importante lavorazione è proseguita fino all’Ottocento.

Le macine erano necessarie ai 32 mulini che erano presenti in valle. Una parte di esse per la macinatura di segale e castagne (principale fonte alimentare un tempo), e in misura minore grano, e un’altra parte, con pietre più spesse, probabilmente era usata in verticale nei frantoi per estrarre olio di noce, preziosissimo.

“Ci siamo sempre chiesti come mai ci fossero così tante borgate in questa zona di Coazze che viene chiamata “la Cara Secca” poiché non vi sono ruscelli; in effetti non avrebbe avuto senso se non per la produzione di queste macine, un lavoro evidentemente fiorente”. In un punto del sentiero, molto ben indicato e fattibile da tutti, per un totale di cammino di circa due ore, ci sono anche i residui di una cava di quarzite, che in dialetto si chiama “Biancun”.

Un percorso che ben si sposa con il programma di riscoperta di tutta la filiera “Dal grano al pane, tra forni e mulini” che sta proseguendo in valle. Un ringraziamento particolare a Ornella Guglielmino e alle guide del Cai Dante, Gianni, Arturo, Angela e Tiziana. Per informazioni e per la cartina, ufficio turistico di Coazze 011.9349681.

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